conflitto psicanalisi - Progetto Counseling

conflitto psicanalisi

 

 

La  genesi e la gestione della conflittualita’ intra – personale e inter –personale  in chiave psicanalitica

 

 

Noi siamo propensi a credere che vi sia una soluzione definitiva alla conflittualita’ per cui quando essa si riaffaccia sembra che debba esserci necessariamente qualche problema a causarla.

La psicanalisi sostiene che il conflitto e’ alla base del funzionamento psichico e che non sia tanto questo il problema, ma quanto il conflitto viene risolto e portato a consapevolezza.
 

Dunque noi ci chiediamo “ come mai sta di nuovo succedendo? ”

Il nostro e’ un mondo di alta conflittualita’ e di scarsa tolleranza alla conflittualita’ stessa perche’ basato sulla convinzione che l’uomo ha in se’ il potere ed e’ in grado di superare le problematiche primarie come “la fame”, “la malattia”  e la “poverta’ ” .

In parte questo e’ vero ma non completamente. La conflittualita’ e’ come il campanello d’allarme che ci avvisa che in parte ci siamo sbagliati; la percezione di potenza dell’uomo per vincere la sua angoscia esistenziale e’ simile alla percezione che egli ha di poter governare razionalmente e coscientemente tutti i fenomeni che lo circondano e lo caratterizzano inclusa la sfera psichica.
 

La psicanalisi ha un posto molto importante nel conoscere e nell’integrare nella vita della nostra coscienza  aspetti di noi che non sono visibili eppure noi ne sentiamo gli effetti dentro di noi.

La prima conflittualita’ e’ fra il nostro mondo cosciente ed i nostri desideri inconsci, ed e’ tutt’ora la meno riconosciuta.

La prima rappresentazione dell’altro e’ dentro di noi; ossia spesso noi proiettiamo certi nostri aspetti tramite fenomeni transferali su persone che ci circondano.
 

La prima rappresentazione nella mente di un bimbo di un’alterita’  (altro/a diverso da se’) e’ la figura della madre, colei che ci da’ la vita; ella  rappresenta un essenziale elemento  affinche’ dalla sua presenza nella sua interezza noi poi potremo disporre di un’identita’ nostra, attraverso la fase del narcisismo primario e secondario nonche’ della fase simbiotica post-parto che tramite nostra madre ci assicura un holding e un contenitore  quando ancora in noi l’Io non e’ formato.

Nostra madre  e’ la prima che ci da’ la parola, perche’ per un periodo consistente della nostra vita parla al nostro posto; vuol dire che da’ rappresentazione delle cose che noi quando siamo  bambini guardiamo e vediamo, ma che non riusciamo ancora a dire e a rappresentare.
 

E’ un’operazione un po’ violenta, ma, quando nostra madre non lo fa, noi come  bambini non possiamo accedere alla rappresentazione del mondo, e siamo ridotti a  vivere nel caos primordiale privo di idee.

Nostra  madre parla di noi e ci da’ parola; prima ancora che noi  nasciamo  dice: “come mi piacerebbe che mio figlio fosse…”.

In questo modo  ha gia’ attribuito a noi una parola, da quel momento il conflitto potra’ nascere  fra il nostro desiderio di essere “qualcosa” ed il bisogno di usare o di essere quella  parola che la mamma ha usato.

Se questo meccanismo non esistesse ci sarebbe la psicosi, dunque la  confusione sarebbe  tale che non vi sarebbe possibilita’ di strutturare un proprio pensiero che entri in collisione col pensiero dell’altro perche’  non ci sarebbe  il nostro pensiero.
 

Invece nel caso non patologico  c’e’ un’intermittenza della conflittualita’, ma e’ il segnale che in campo ci sono due soggetti e quindi che vi puo’ essere relazione. E’ bene che pensiamo alle nostre vite come a una situazione di conflitto permanente.

Il motivo per cui la conflittualita’ ci rende infelici e’ perche’ e’ la punta di un iceberg, non la sua radice. Ci indica che noi non siamo l’altro e che l’altro e’ diverso da noi,  dunque il legame interpersonale e’ un lavoro che bisogna costruire.

Ovvero bisogna uscire dalla chiusura narcisistica dell’origine della vita, dove noi e il nostro corpo abbiamo ottenuto naturalmente da nostra  madre cio’ che serviva senza chiedere.
 

Vuol dire che potremmo avere da nostra  madre il necessario ma non il tutto e una parte del nostro desiderio resta ancorata all’idea di avere il tutto che elimini il bisogno di un lavoro psichico per ottenerlo.

D’altro canto allontanarsi dalla conflittualita’ puo’ essere giusto e legittimo. Non ci deve essere una sfida a tollerare la conflittualita’ quando la sentiamo distruttiva per noi.

Ci possono essere degli allontanamenti tattici che servono per poter superare il momento di massima confusione, quando la conflittualita’ diventa intollerabile;  altre volte sentiamo la necessita’ della diversita’ ma ci  sentiamo terribilmente confusi con l’altro, che vuol dire impossibilitati a vivere ne’ con l’altro ne’ senza l’altro.
 

Quello e’ il massimo della conflittualita’:   ne’ con te, ne’ senza di te.

Ci possono essere tante strategie per aggirare quest’ostacolo ed affrontarlo con strumenti diversi. Ci sono poi delle situazioni di vita reale che diventano cosi’ inquinate dalle proiezioni che vi abbiamo fatto sopra che in certi momenti il rapporto con l’altro da se’ concreto e reale e’ totalmente ingovernabile.  

Quella e’ una situazione di blocco, di simmetria totale, che va in qualche modo aggirata. In certi momenti l’allontanamento fisico corrisponde ad un gesto metaforico per dire che non c’e’ la distanza sufficiente per mettere a fuoco l’altro. 

Nell’infanzia quando due fratelli si picchiano fino ad arrivare al desiderio di fratricidio come fra caino ed abele,  arriva la madre o il padre e  li separa.
 

In quel momento si blocca un tipo di conflittualita’ che sta degenerando in distruttivita’.  Non si puo’ governare il conflitto in quel caso e quindi si delega ad un io esterno, la soluzione di un conflitto che sta diventando auto e mutuo annullamento.

Cos’e’ accaduto all’io di quei soggetti?. Perche’ e’ come dire che queste diventano sempre situazioni nelle quali ci sono tutti minorenni, tutti bambini che dipendono sempre dai cosiddetti adulti.

Veniamo poi alla fantasia di uccidere il tiranno; e’ molto diffusa dentro ognuno di noi nel senso di poter dare una rappresentazione esterna a quella che altrimenti diventa una distruttivita’ interna diffusa che ci fa sentire completamente assediati.
 

Il poter dare una forma, un volto al nemico e’ un processo antipsicotico (ridiventa psicotico se passiamo all’atto).

Le fiabe hanno tutte dei momenti efferati; i bambini chiedono di ripetere i passaggi piu’ violenti, quelli in cui il nemico e’ molto ben delimitato, ma poi verra’ abbattuto. Questo vuol dire che c’e’ una necessita’ per ognuno di noi di dare una forma e una rappresentazione al sentimento di assedio che sentiamo dentro, quando l’aggressivita’ sta diventando distruttivita’.

Esiste la necessita’ di identificarsi in qualcuno di esterno che esprima dell’aggressivita’ senza che dobbiamo essere noi a farlo verso qualcuno, oppure la necessita’ che il “buono” o il “giudice”  della situazione blocchi  il “cattivo” la nostra parte aggressiva” proiettata fuori.
 

Quindi dire "mamma e’ cattiva perche’ non mi ha permesso di andare al cinema oggi pomeriggio", "il fidanzato e’ un disgraziato", "quell’amica mi vuole tradire" eccetera e’ necessario, ma e’ anche un boomerang, quando questo corrisponde a un gesto effettivamente distruttivo della relazione: perche’ questo danneggia l’oggetto del nostro odio se non del nostro desiderio.

Sempre in merito alla conflittualita’, parliamo ora di capacita’ generativa e capacita’ distruttiva del femminile.

La donna che fa i bambini, che fa i corpi, non ha solo pulsioni ed emozioni verso la sua crescita, ha anche il desiderio di disfare cio’ che fa, se non altro per il desiderio di conoscerlo; come i bambini smontano i giocattoli per sapere come sono fatti, ma anche perche’ ha una pulsione a disfare cio’ che e’ gia’ completo e quindi impenetrabile.

La pulsione di vita e la pulsione di morte, sono alla radice della conoscenza; questo  non sembra essere tanto una contraddizione.
 

Ancora noi non riusciamo a dare una rappresentazione a questa ambivalenza.

E’ opportuno fare una differenza molto ma molto grande tra questi livelli di conflittualita’ e quei livelli che passano all’atto e che sono gesti fisici.

Nell’ambito della  psicanalisi e’ essenziale qualsiasi forma di distruttivita’ (e non e’ che le parole non siano armi affilate) e di conflittualita’  se possono essere rappresentate ed entrare nel linguaggio.

Forse noi ci occupiamo cosi’ tanto della conflittualita’, perche’ tale e’ la passione della relazione, che noi vogliamo sapere quali sono i dispositivi che noi possiamo mettere a punto che non portino a dissoluzione la relazione stessa.



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