Conoscere se stessi per comunicare meglio
E’ il nostro atteggiamento verso la vita che stabilisce l’atteggiamento della vita verso di noi.
Tutto funziona secondo la legge della causa ed effetto.
Tutto ciò che facciamo , diciamo o pensiamo causerà degli effetti. Il nostro compito è di produrre le cause: le ricompense o gli effetti delle nostre azioni si produrranno gradualmente.
Atteggiamento positivo : risultati positivi.
Per essere ben disposti verso il mondo, ognuno di noi deve sviluppare, principalmente, un buon rapporto con se stesso, conoscersi!
Non possiamo dare agli altri ciò che non possediamo.
Crediamo di conoscere bene noi stessi ed accettiamo quello che viene. Minimizziamo ciò che possiamo raggiungere e, stranamente, pensiamo che gli altri possano arrivare là dove a noi non sarà mai concesso.
Concretizzare ciò che vogliamo è possibile per il fatto stesso di poterlo pensare!
MA
Fin da quando siamo un agglomerato di cellule nel ventre materno, noi subiamo dei condizionamenti
L’educazione, poi, la familiarità, il vissuto ci etichettano in una sintesi che è il nostro nome
Quanto è difficile liberarsi da quel nome!
E’ difficile perché quel nome siamo , o crediamo di essere, noi.
E’ come se indossassimo un’armatura pesante e cigolante, per togliercela dobbiamo fermarci, ascoltarci, riflettere da dove cominciare e, pezzo a pezzo, scomporla per uscirne leggeri e vivi.
E’ troppo importante capire chi c’è veramente sotto l’armatura, perché , scoprirlo, ci permetterà di capire meglio gli altri e di interagire con essi in modo più spontaneo e funzionale.
Il nostro comportamento subisce l’influsso delle conoscenze che possediamo, delle nostre opinioni e degli atteggiamenti, nonché quello delle emozioni e dei sentimenti.
Il fatto di essere più o meno bravi nel fare alcune cose, o anche solo il conoscerle bene, ci permetterà di atteggiarsi in un modo più sicuro e deciso.
Le emozioni più forti, spesso, non permettono la sequenza lucida dei pensieri e delle azioni: l’ansia, la depressione, il panico e gli stati d’animo in generale, dipendono dai pensieri che spesso rientrano nelle categorie della doverizzazione, generalizzazione e della catastrofizzazione.
Quello che si vede del comportamento è solo la punta di un iceberg, il più sta ben nascosto sotto il livello dell’acqua.
Non siamo solo coscienza, ma anche super-io e inconscio.
L’insieme delle regole morali e civili che abbiamo ricevuto nel corso della vita, da parte di tutti i genitori che abbiamo incontrato costituisce il nostro super – io che ci controlla, ci equilibra ma, a volte, se troppo forte, ci blocca e ci inibisce.
Nella parte più profonda del nostro essere – l’inconscio – risiedono gli impulsi, i desideri rimossi e/o repressi, ma anche la spontaneità e verità che è stata condizionata per bisogno o per obbligo.
Il vissuto che possediamo crea i nostri automatismi.
Gli automatismi sono comportamenti che compaiono sempre allo stesso modo, in una data situazione.
L’automatismo, o ‘comportamento stereotipato’, fa parte di noi stessi . Esso si è formato nel corso del tempo ed è il ‘frutto’ del vissuto, dei vari sentimenti, emozioni e tensioni che hanno segnato la nostra vita personale.
L’importante è individuare i nostri automatismi, per giovarsene se positivi e di non farsi condizionare se negativi.
Esistono cinque automatismi per eccellenza
- la passivita’
- l’aggressivita’
- la presunzione
- l’angoscia
- il fatalismo
Tali automatismi condizionano il nostro comportamento ed il modo di comunicare.
Anche i cosiddetti punti di vista , che rientrano nella sfera delle nostre opinioni, costruiti, spesso, sulla base di risultati ottenuti o di esperienze in genere, oppure sull’educazione ricevuta, condizionano il nostro atteggiamento verso gli altri.
Il guardare da un’altra prospettiva la stessa identica situazione può sortire effetti diversi, rivelare aspetti che non avevamo preso in considerazione e, quindi, se non a farci cambiare punto di vista, spingerci a comprendere quello degli altri.
Quando la situazione sembra prevaricarci e siamo attanagliati nel giogo delle emozioni più distruttive, il nostro Io corre ai ripari ( in fondo l’istinto di sopravvivenza è il più forte) e scopre ed usa dei meccanismi di difesa
La negazione, la proiezione, l’aggressivita’, la razionalizzazione, l’evasione sono i sistemi di difesa per eccellenza. L’estrema paura della situazione vissuta, può arrivare al punto da spingerci allo svenimento, il più estremo dei meccanismi inconsci di difesa .
Con tale insieme di paure e condizionamenti spesso ‘affrontiamo’ l’altro.
Si, perché invece di comunicare, cioè mettere in comunione con l’altro qualcosa, a volte lo aggrediamo, o non lo ascoltiamo e non riusciamo a farci capire.
Non si può non comunicare, anche il nostro silenzio comunica, per lo meno, che non abbiamo niente da dire.
Comunichiamo tramite uno sguardo, l’espressione del viso, la postura ed il tono della voce può tradire la verità che tentiamo di nascondere dietro alle parole.
La comunicazione ‘faccia a faccia’ è la più funzionale per stabilire dei rapporti adeguati e per risolvere dei conflitti.
Emittente, messaggio e ricevente sono i tre pilastri della comunicazione.
Non sempre, però, il messaggio che vogliamo mandare giunge, così come era nelle nostre intenzioni, a destinazione.
Il ricevente può essere disturbato dalle proprie emozioni, così come l’emittente.
Il messaggio può essere modificato o disturbato.
Il metodo migliore per verificare se il nostro messaggio è giunto a destinazione, così come lo volevamo, è il feed-back che riceviamo
un metodo per comunicare meglio
L’analisi transazionale ha sviluppato una tecnica per cui tutti possiamo cercare di individuare, seguendo semplici regole di osservazione, l’influsso di quei modelli infantili ( condizionamenti) nel nostro comportamento attuale e in quello degli altri, mettendoci così in grado di ‘reagire’ o ‘rispondere’ in modo adeguato a questi segnali, siano essi presenti nel nostro comportamento personale o in quello degli altri.
L’influenza esercitata dalle esperienze infantili sul nostro comportamento, si esercita tramite degli ‘stati mentali’ denominati rispettivamente il genitore e il bambino, a cui si contrappone la parte più matura e razionale della nostra personalità che l’analisi transazionale chiama l’adulto.
Ognuno di noi possiede tutti e tre questi stati mentali e li utilizza alternativamente o combinandoli tra loro, a seconda delle circostanze in cui si trovi ad agire. La persona che viene, comunemente, definita come equlilibrata, sa passare dall’uno all’altro stato mentale senza difficoltà, in modo da adeguarsi nel modo più efficace possibile alla mutevole realtà ambientale.
Se, sul lavoro, come nella vita privata, scherziamo, ridiamo, ci arrabbiamo, ci spaventiamo o ci entusiasmiamo, in tutte quelle occasioni in cui la nostra parte emotiva prende il sopravvento, è una parte del nostro comportamento infantile che torna alla ribalta della nostra mente, quello che l’analisi transazionale chiama il bambino.
Se ,invece, ci imponiamo un dovere da compiere, ci vogliamo attenere a regole etiche e morali, esigiamo da noi stessi o vogliamo imporre agli altri l’osservanza di norme di comportamento, allora è la parte denominata il genitore che prende il sopravvento.
Tutte le volte che, invece, esaminiamo razionalmente un problema ,raccogliendo i dati di fatto, ricercando le cause, analizzandolo nei dettagli, mettendolo a confronto con casi analoghi, e ne proponiamo soluzioni concrete, calcolandone le diverse probabilità di successo, stiamo allora facendo uso in modo particolare dello stato mentale chiamato l’adulto.