IL CONCETTO DI SOFFERENZA
Il primo problema che si pone a chi svolgere un‚attività di counseling o di terapia in campo psicologico consiste nel valutare se accogliere o no una richiesta di aiuto. Si tratta di decidere se un certo problema è la libera espressione di un individuo ed è eventualmente riconducibile a determinanti socioculturali o se è il prodotto di una patologia mentale e richiede quindi un intervento, anche se non richiesto.
Uno dei rischi maggiori nella nostra professione è quello di vedere patologie dove non ci sono e di agire quando faremmo meglio ad astenerci.
Cominciamo sottolineando un punto forse ovvio ma importante: solo una percentuale minima della sofferenza umana è riconducibile a una patologia mentale: le persone soffrono per la perdita degli affetti, per fallimenti di vario tipo, per imprese non riuscite, per i ricordi del passato, per le paure del futuro.
La cultura in cui viviamo tende ad espellere la sofferenza, a negarla e a vederla come espressione di patologia: c’è la pretesa che si debba essere sempre felici, che per tutti i problemi ci sia una soluzione, anche a causa di una visione magica della tecnologia intesa come panacea, come rimedio universale. Non ci si può permettere di essere tristi, infelici, annoiati, scontenti e quindi, se capita di esserlo, ci si rivolge ai tecnici della felicità, nella speranza che trovino la pillola giusta o la ricetta giusta, che facciano sparire quelle fastidiose emozioni che proviamo.
C’è sofferenza nel momento in cui c’è discrepanza fra quello che io sono, la realtà in cui vivo, e quello che vorrei che io fossi, e gli altri fossero ecc. ; tra come mi percepisco e come vorrei essere; quando ci sono discrepanze tra la realtà che vedo e quella che io vorrei. Ognuno di noi ha delle mappe/ credenze/ aspettative : si creano situazioni di sofferenza quando ci sono discrepanze tra la mia mappa e quello che mi trovo a vivere.
Il sentimento di sofferenza è soggettivo: non è la realtà in sé che ci fa soffrire quanto l’idea che ciascuno di noi ne ha.
In questi casi, il compito del counselor può essere quello di aiutare la persona a valorizzare e capire i sentimenti che vive come spie di qualcosa che nella sua vita non va per il verso giusto, come indicatori che sollecitano un cambiamento.
La sofferenza normale, se viene riconosciuta, può costituire un importante stimolo di crescita, è un segnale che ci invita a fare qualcosa: pensiamo a un rapporto di coppia conflittuale, a un lavoro che crea disagio e stress, ad abitudini di vita che ci impongono ritmi eccessivi, e così via.
Mentre la sofferenza normale è funzionale e utile, la sofferenza patologica non lo è per niente, anche se le emozioni possono essere le stesse, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.
Facciamo l’esempio della paura di ammalarsi. Una paura di questo tipo "sana" può portare a cambiare lo stile di vita, a mangiare diversamente, a fare sport e così via. La paura patologica delle malattie difficilmente induce cambiamenti concreti e si risolve in una specie di ruminazione continua ed ossessiva, in uno stato d’angoscia che può portare a ripetuti controlli medici, in un‚auto-osservazione minuziosissima, che spia ogni possibile indizio di malattia.
Possiamo, quindi, in prima approssimazione, affermare che l’essenza della patologia sta nell’impossibilità di cambiare, che rende la sofferenza fine a se stessa.
Il passo successivo consiste nel chiedersi perché è impossibile cambiare. Innanzi tutto, un cambiamento può riguardare gli obiettivi che io perseguo o le strategie che metto in atto per ottenerli e può consistere, quindi, o nell’abbandono degli obiettivi, quando si rivelano irraggiungibili o inadeguati oppure nell’adozione di strategie diverse da quelle seguite. Se, ad esempio, il mio scopo consiste nell’ottenere l’amore di una donna che però si rivela irraggiungibile, fuori dalla mia portata, la sofferenza che mi procura il correre dietro a un amore impossibile mi spingerà alla fine a desistere. Ci sono al contrario casi di persone che rimangono per tutta la vita "fissate" sull’oggetto amato e, nonostante tutto, non mollano mai, anzi arrivano a sviluppare una costruzione delirante che in qualche modo spiega i motivi del fallimento (qualcuno non vuole la loro unione e impedisce all’amato di concedersi, ad esempio; oppure l’amato vuole ma si nega perché vuole mettere alla prova l’intensità e la forza dell’amore che la persona prova per lui e così via: le variazioni possibili sono tante). Una situazione simile può essere quella del lutto non risolto, in cui l’individuo che ha perso la persona amata giura di rimanerle fedele, la rende presente in tutti i modi, conservando oggetti, comportandosi come se lei fosse ancora viva, parlandole dentro di sé, congelando il tempo e lo spazio così com’erano prima della sua morte.
Per quanto riguarda le strategie, un esempio può essere quello di un individuo che cerca di tenere le persone legate a sé controllandole strettamente, col risultato che queste prima o poi si allontanano. Invece di cambiare strategia, allentando il controllo, lo mantiene o addirittura lo intensifica, andando così incontro a ripetuti fallimenti: anche in questo caso l’insuccesso, la sofferenza dell’abbandono non insegnano, non inducono a cambiare, e quindi si perpetuano nel tempo. Questo anche perché strategie di questo tipo spesso si basano su una logica che potremmo definire del "più di prima": non ho controllato abbastanza, se controllerò di più, la persona non mi scapperà. E‚ la stessa logica che porta un genitore ad esser più severo con un figlio disobbediente, quando i suoi sforzi di riportarlo sulla retta via non funzionano. In un’ottica sistemica, in questi casi si parla di escalation simmetrica: si gioca al rialzo, che si tratti della corsa agli armamenti o di un figlio riottoso da domare; quanto più io insisto in un comportamento, tanto più l’altro insiste nel suo e il gioco continua fino a quando non si arriva a un punto di rottura.
Bibliografia
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- Edoardo Giusti, Veronica Rosa, 2002 – Psicoterapie della Gestalt – Aspic Edizioni Scientifiche - Roma
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Editore - Milano