Tristezza: legata alla perdita di un legame di attaccamento, implica il sentirsi esclusi o di non appartenere, il sentirsi trascurati, l’incapacità di esprimere i propri sentimenti reali, il lutto per la morte di una persona amata; la tristezza è anche evocata da delusioni e speranze infrante, dal fallimento nel conseguire obiettivi e dalla perdita di autostima; può provocare il pianto.
Angoscia: prodotta da emozioni di paura, vergogna o rabbia; l’ansia porta al pianto come richiesta di aiuto ed è ridotta dalla presenza del conforto. La tristezza primaria va distinta da esperienze più complesse di dolore,ferita, cordoglio, depressione: la depressione è una sindrome complessa che implica una molteplicità di comportamenti, pensieri e sentimenti; il sentirsi feriti include il sentirsi ignorati, non riconosciuti, giudicati, non stimati; il dolore implica il sentire il proprio Sé danneggiato, offeso o frammentato; nel cordoglio la tristezza entra in gioco solo quando è avvenuta l’accettazione della perdita.
Tendenze all’azione associate alla tristezza primaria: chiedere consolazione, ritirarsi in se stessi per ristabilirsi dalla perdita. Espressioni e vissuti tipici dell’afflizione e della tristezza: la testa e gli occhi si abbassano, i muscoli facciali si afflosciano, la voce è debole; vissuto di pesantezza e senso di oppressione associati a movimenti impacciati e alla tendenza a sdraiarsi e rannicchiarsi; crollo nel pianto, ritiro passivo, resa momentanea, rinuncia al bisogno dell’oggetto perduto. A questo punto, dopo la resa, l’unica cosa possibile è affrontare il dolore e accettare la perdita, passando attraverso la tristezza primaria adattiva (le lacrime sono curative, recano un senso di sollievo e aprono le porte all’accettazione.
Tristezza primaria adattiva
Si presenta come una resa momentanea innestata in un processo psicologico più complesso, ma in realtà è uno stato attivo che conduce al cambiamento e che spesso viene soppresso attraverso l’intellettualizzazione, la minimizzazione del dolore, la tensione muscolare, il trattenere le lacrime, la riluttanza a entrare nel dolore per paura di esserne sopraffatti. La tristezza primaria può essere mista a rabbia, paura o vergogna e tutte queste emozioni devono essere pienamente sperimentate; per differenziare la tristezza dalle altre emozioni a cui può essere associata, è necessario porre il focus terapeutico sull’elemento di perdita della situazione (tradimento, abbandono, abuso e i bisogni non soddisfatti associati).
Tristezza primaria disadattiva
Il sentimento non si modifica, la persona rivive cronicamente la tristezza senza cambiamenti di intensità o di qualità; la tristezza e le lacrime diventano disfunzionali, portano alla frammentazione, all’impotenza, alla paura, all’incapacità di trovare coerenza interna e di essere agenti attivi; spesso sono presenti problemi di scarsa regolazione dello sconforto, associati a un senso nucleare di debolezza. Una forma di tristezza primaria disadattiva è il cordoglio patologico in cui l’individuo è incapace di far fronte a e superare una perdita importante. Altre espressioni di questo sentimento disadattivo sono l’eccessiva tristezza per le separazioni e il suo evitamento e la tristezza paradossale in risposta a gesti di affetto. Il lavoro terapeutico implica sempre il riconoscimento del sentimento disadattivo, l’accesso allo schema emotivo nucleare e al senso di sentirsi non amati, il riconoscere il dolore sottostante e il bisogno associato, la ristrutturazione dello schema.
Tristezza secondaria e depressione
La risposta secondaria più frequente associata alla tristezza è una depressione generalizzata(piuttosto che una genuina accettazione della perdita) che si esprime con la rassegnazione, l’autocritica, i “dovrei”, le sensazioni di sconfitta e di mancanza di speranza. La tristezza primaria è stata soppressa in modo persistente e il trattamento implica la destrutturazione della reazione depressiva secondaria per accedere al dolore primario e alle risorse interne alternative e sane.
Tristezza strumentale
E’ un lamentarsi, il pianto diventa una forma di protesta per evocare sostegno e comprensione; si cerca di ottenere l’attenzione degli altri per evitare la responsabilità di prendersi cura attivamente di se stessi. In terapia il pianto strumentale deve essere messo in discussione in modo empatico, per accedere alle motivazioni e ai bisogni sottostanti e per trovare modalità più efficaci di soddisfacimento dei bisogni.
Bibliografia
- Leslie S. Greenberg, Sandra C. Paivio, 2000 – Lavorare con le Emozioni in Psicoterapia Integrata – Sovera Multimedia S.r.l. Editore - Roma
- Jerold D. Bozarth, 2001 –
La Terapia Centrata
sulla Persona - Sovera Multimedia S.r.l. Editore - Roma
- Edoardo Giusti, 2000 – Autostima - Sovera Multimedia S.r.l. Editore – Roma – seconda ristampa
- Edoardo Giusti, Veronica Rosa, 2002 – Psicoterapie della Gestalt – Aspic Edizioni Scientifiche - Roma